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L’abitudine all’impensabile

L’orrore ha una proprietà che quasi nessuno nomina: si sedimenta. Non sparisce, non si attenua: si deposita, strato su strato, fino a diventare pavimento. E quando camminiamo sul pavimento non pensiamo mai a cosa c’è sotto. Gaza è sotto i nostri piedi da mesi. Prima era un nome che fermava la mano sul telecomando, che faceva alzare gli occhi dallo schermo. Adesso è una voce del notiziario tra il meteo e i mercati finanziari. Non perché tutto sia finito — continua, puntuale, ogni giorno — ma perché noi abbiamo fatto ciò che gli esseri umani sanno fare meglio di qualsiasi altra specie: ci siamo adattati. Abbiamo trovato la distanza giusta per continuare a vivere senza troppo disagio. Il linguaggio ci aiuta enormemente in questo lavoro di rimozione. Le parole sono strumenti di distanza prima ancora che di comunicazione. “Flussi migratori” è una locuzione che evoca acqua, correnti, fenomeni naturali: non persone che hanno lasciato tutto, attraversato deserti, pagato trafficanti, visto anne...

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