L’abitudine all’impensabile
L’orrore ha una proprietà che quasi nessuno nomina: si sedimenta.
Non sparisce, non si attenua: si deposita, strato su strato, fino a diventare pavimento. E quando camminiamo sul pavimento non pensiamo mai a cosa c’è sotto.
Gaza è sotto i nostri piedi da mesi. Prima era un nome che fermava la mano sul telecomando, che faceva alzare gli occhi dallo schermo. Adesso è una voce del notiziario tra il meteo e i mercati finanziari. Non perché tutto sia finito — continua, puntuale, ogni giorno — ma perché noi abbiamo fatto ciò che gli esseri umani sanno fare meglio di qualsiasi altra specie: ci siamo adattati. Abbiamo trovato la distanza giusta per continuare a vivere senza troppo disagio.
Il linguaggio ci aiuta enormemente in questo lavoro di rimozione. Le parole sono strumenti di distanza prima ancora che di comunicazione. “Flussi migratori” è una locuzione che evoca acqua, correnti, fenomeni naturali: non persone che hanno lasciato tutto, attraversato deserti, pagato trafficanti, visto annegare qualcuno accanto a loro. “Danni collaterali” è una formula contabile applicata ai bambini morti. “Crisi umanitaria” è il modo in cui diciamo che qualcuno sta soffrendo enormemente senza dover dire chi lo sta facendo soffrire e perché.
Quello che accomuna Gaza, i morti nel Mediterraneo, le periferie abbandonate delle nostre belle città, alcuni quartieri americani divorati dal fentanyl non è la geografia né la politica: è una logica. La logica che stabilisce, implicitamente ma con grande coerenza, chi merita il lutto pubblico e chi invece diventa statistica.
Ursula K. Le Guin lo aveva scritto in Quelli che si allontanano da Omelas, in poche pagine: una città felice che poggia su un bambino tenuto in una stanza buia. Tutti sanno. La felicità della città dipende esattamente dal fatto che quel bambino non venga liberato, e dalla capacità degli abitanti di convivere con questa consapevolezza senza che li distrugga. Alcuni se ne vanno. La maggioranza resta. Non per crudeltà: per abitudine, per convenienza, per la straordinaria capacità umana di trovare ragioni convincenti per fare ciò che è comodo.
Siamo bravi, noi, a usare la complessità come anestetico.
La domanda che continua a tornarmi non è come siamo arrivati fin qui. È più scomoda: a cosa stiamo rinunciando, esattamente, ogni volta che scegliamo la distanza giusta?
Perché la distanza ha un costo. Non lo paga chi la sceglie. Lo paga chi resta nel punto da cui noi ci siamo allontanati.
Antonella Parisi


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